Con questo articolo facciamo il punto sull’operazione Stige. In due puntate passeremo al setaccio nomi e relazioni, puntando i riflettori sugli indagati che mantengono rapporti con la nostra regione.

– di Sara Donatelli –

Il Giudice per le indagini preliminari Giulio De Gregorio ha accolto, il 28 dicembre 2017, la richiesta di applicazione della misura di custodia cautelare, formulata dai Pubblici Ministeri Nicola Gratteri, Vincenzo Luberto, Domenico Guarascio, Fabiana Rapino e Alessandro Prontera, depositata il 14 settembre 2017 a carico di 186 persone. E’ nata da qui l’Operazione Stige, scattata ufficialmente il 9 gennaio 2018.

A finire sotto la lente di ingrandimento dell’autorità giudiziaria la cosca di ‘ndrangheta Farao-Marincola, la cui esistenza era già stata accertata nel 2003 con una sentenza della Suprema Corte di Cassazione, divenuta irrevocabile il 29 gennaio 2012.

La zona all’interno della quale tale ‘ndrina operava viene non solo circoscritta ai comuni di Ciro’ marina, Ciro’ Superiore, Cariati, Torretta di Crucoli, Casabona e Strongoli, ma viene al contempo estesa a numerosi comuni della provincia di Crotone, del litorale jonico, della provincia di Cosenza grazie ad accordi con le famiglie mafiose presenti in questi territori come la famiglia Trapasso di San Leonardo di Cutro, i Grande Aracri di Cutro, gli Arena di Isola di Capo Rizzuto, gli Abbruzzese di Cassano, gli Acri di Rossano e i Carelli di Corigliano. La cosca, tuttavia, si è al contempo spinta fino in Germania, in particolar modo ad Assia e a Stoccarda ed al Nord Italia, soprattutto in Emilia Romagna, Lombardia, Veneto.

Numerose le attività svolte dall’organizzazione criminale. Offerta di pescato, servizi portuali, servizi di lavanderia industriale, distribuzione di prodotti alimentari, distribuzione di carta e platica per alimenti, raccolta e rigenerazione della plastica e dei cartoni, smaltimento dei rifiuti solidi urbani tramite imprese controllate ed utilizzate dalla stessa cosca, gestione dei servizi per l’accoglienza migranti, distribuzione di prodotti vinicoli, servizi di onoranze funebri, rivendita di semilavorati per pizze, distribuzione di bevande, gioco online e slot machine, appalti pubblici e privati di tagli boschivi, appalti di servizi e per la gestione di beni amministrati dal Comune di Cirò Marina, servizi turistici tramite la gestione occulta di lidi balneari.

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Su 72 persone pende l’accusa di associazione delinquere di stampo mafioso. Tre i capi promotori, sette i dirigenti e gli esecutori della politica criminale co-decisa con i capi promotori, cinque gli organizzatori, cinquantasette gli appartenenti.

I capi vengono individuati in Claudio Marincola e Giuseppe e Silvio Farao.

I dirigenti ed esecutori della politica criminale della cosca sono invece Salvatore Morrone, Vito Castellano, Giuseppe Sestito, Giuseppe Spagnolo, Martino Cariati, Vittorio Farao e Francesco Tallarico, ognuno con un compito diverso. Salvatore Morrone, oltre a tenere i contatti con le amministrazioni comunali di Cirò Marina e di Cirò Superiore, si occupava della distribuzione di prodotti da forno e ai servizi di onoranze funebri. Vito Castellano, corresponsabile del territorio di Cirò Superiore, si dedicava alla programmazione delle speculazioni imprenditoriali della consorteria. Giuseppe Sestito gestiva i rapporti con le organizzazioni criminali di Cutro e di San Leonardo di Cutro. Giuseppe Spagnolo, definito dagli inquirenti come “azionista su cui la cosca può contare”, aveva importanti responsabilità nell’imposizione dell’offerta di pescato, gestiva i servizi turistici e monopolizzava la raccolta e la rigenerazione di plastica e cartone in Calabria. Spagnolo, tuttavia, ricopriva un importante ruolo anche in Emilia Romagna, tessendo rapporti con imprenditori locali ed impegnandosi nella raccolta del consenso, con metodo ‘ndranghetistico, in occasione delle competizioni elettorali emiliane. Martino Cariati gestiva il monopolio della distribuzione di prodotti alimentari. Vittorio Farao, figlio di Silvio (individuato come capo della cosca), si occupava della distribuzione di prodotti vinicoli all’estero, gestiva gli investimenti della cosca nel settore del gioco online e delle slot machine e teneva i rapporti con le Amministrazioni comunali calabresi. Francesco Tallarico controllava una serie di imprese nel settore della distribuzione di semilavorati per pizza e nel settore della distribuzione di carburante.

Gli organizzatori sono invece Vincenzo Santoro il quale controllava l’altipiano silano, coordinando la cosca nel sostegno dei latitanti. Gestiva inoltre gli appalti boschivi pubblici e privati tenendo i rapporti con le diverse organizzazioni criminali territoriali. Luigi Muto organizzava invece truffe per conto della consorteria, soprattutto nell’ambito del riciclaggio di auto di lusso e nell’utilizzo di false fatture per operazioni inesistenti. Salvatore Giglio controllava il territorio di Strongoli dove gestiva le richieste estorsive e assicurava il condizionamento dell’amministrazione comunale locale. Assunta Cerminara, attraverso i colloqui carcerari, teneva continui contatti con il marito Giuseppe Farao, assicurando in questo modo informazioni sull’evoluzione degli affari della cosca. Giuseppe Berardi, oltre a monopolizzare i servizi di lavanderia, rappresentava il collante con l’amministrazione comunale di Cirò Marina, avendo ricoperto l’incarico di Consigliere, con importanti deleghe assessorili nel 2006, 2011 e 2016.

Sono dodici, invece, i nomi che legati a doppio filo con l’Emilia Romagna.

Roberto Botti
51enne nato, cresciuto e residente a Modena. Nella lunga ordinanza di misura di custodia cautelare, il suo nome compare all’interno del tredicesimo capo di imputazione che vede coinvolte, oltre Botti, altre diciannove persone. Sono gli inquirenti a ricostruire il sistema di imprese fittizie e società cartiere impegnate in false fatturazioni per operazioni inesistenti. Santino, Luigi e Carmine Muto vengono presentati come gli organizzatori di tale sistema in quanto provvedevano, tramite diversi prestanome, a costituire imprese destinate solo ed esclusivamente all’emissione di false fatture. Tali ditte, pur essendo in Calabria, agivano anche al nord Italia soprattutto nelle province di Bologna, Modena, Cremona e Vicenza. Ed è in questo sistema che rientrano il modenese Roberto Botti e la sua ditta, la Botti Group SRL.

“Con l’aggravante – si legge nell’ordinanza – di aver commesso il fatto al fine di agevolare le illecite attività consortili della cosca di ‘ndrangheta e in particolare per conseguirne i vantaggi illeciti e assicurarne i proventi per il sostentamento del gruppo e accrescerne la capacità economica”.

Agli imprenditori Andrea Grillini e Paolo Fazi, ritenuti i principali “partner commerciali del sodalizio capeggiato dai cugini Muto”, gli inquirenti aggiungono anche il nome del modenese Botti, il quale “si è reso complice consapevole del raggiro fiscale” e “la disinvoltura con la quale ha agito dimostra una rilevante pericolosità sociale, tale da rendere inadeguata ogni altra misura meno grave degli arresti domiciliari”.

Franco Gigliotti
49enne nato a Torretta di Crucoli (KR) ma residente a Parma. Nel corso delle indagini, Gigliotti si è rivelato un imprenditore di riferimento della consorteria ‘ndranghetistica cirotana, finendo per esserne pienamente organico. Titolare e socio di numerose imprese che generano un ingente volume d’affari ed in larga parte radicate in Emilia Romagna, Gigliotti ha messo a disposizione dell’organizzazione le proprie disponibilità economiche, assumendo all’interno delle proprie aziende persone selezionate dal direttorio della cosca ed impegnandosi in attività imprenditoriali funzionali agli interessi della cosca.

“L’interazione sinergica- scrivono gli inquirenti- si rivelava così un potente moltiplicatore del patrimonio economico di Gigliotti e insieme del potere economico-criminale della cosca”.

Non è un caso dunque che il suo nome compaia all’interno del primo capo di imputazione insieme ad altre 71 persone, tutte accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso. E’ lui che finanzia, ad esempio, l’impresa ‘ndranghetistica “Ag Film Srl” (riconducibile a Giuseppe Spagnolo, anche lui accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso) che raccoglie e rigenera la plastica. È sempre Gigliotti che

“sfrutta la carica d’intimidazione della consorteria per impiantare a Torretta di Crucoli un’impresa che monopolizza la raccolta e la rigenerazione dei cartoni, denominata “G-Plast Srl”.

Gli inquirenti definiscono dunque Gigliotti non solo come elemento fondamentale della consorteria ma anche come mezzo attraverso il quale la cosca Farao-Marincola è riuscita a infiltrarsi all’interno del gruppo imprenditoriale parmense, un vero e proprio “polmone finanziario”. Gigliotti viene anche citato da Domenico Critelli durante l’interrogatorio dell’11 giugno 2015:

“Era lui con altri suoi amici che lavorano a Parma perché loro a Parma vanno una volta al mese a prendere la mazzetta. Là a Parma c’è uno di Torretta di Crucoli che fa dei lavori di saldatura speciale”.

Nell’operazione Stige è coinvolta anche Maria Francesca Gigliotti, “nipote di Franco, amministratrice della “G-PLAST SRL” e rappresentante dello zio in Calabria”.

Andrea Grillini
41enne nato, cresciuto e residente a Bologna. La società amministrata da Grillini e da Paolo Fazi, la A.G. SRL, è una delle aziende “compiacenti utilizzate dal sodalizio di Luigi Muto per operare false fatturazioni”, scrivono gli inquirenti che definiscono sia Fazi che Grillini come “imprenditori compiacenti che si dimostreranno importanti riferimenti del sodalizio”. Ancora una volta sono importantissime le intercettazioni le quali captano i cugini Muto parlare di Grillini e dei profitti che avrebbero potuto conseguire sfruttando la sua attività imprenditoriale. Secondo i loro calcoli, infatti, il volume di fatturato che erano in grado di realizzare con Grillini oscillava tra i 30 e i 49.000 euro settimanali.

Aldo Marincola
33enne nato in Germania ma residente a Parma. Nipote di Cataldo Marincola, Aldo Marincola è insieme a Vittorio Farao (figlio di Giuseppe Farao), l’anello di congiunzione tra la cosca e l’imprenditore Franco Gigliotti che li assume in diverse sue aziende a Parma. Farao e Marincola, proprio all’interno di queste ditte, non solo scongiurano pressioni estorsive da parte di altre organizzazioni criminali ma

“gestiscono ‘ndranghetisticamente le pretese dei dipendenti”.

Salvatore Muto
40enne nato a Crotone, il suo nome compare già all’interno del Processo Aemilia. E’ il collaboratore di giustizia Paolo Signifredi a raccontare, durante l’interrogatorio del 10 maggio 2017, come Muto sia non solo una persona appartenente al clan di Nicolino Grande Aracri, ma come al contempo gestisca al nord Italia la spartizione dei proventi derivanti dagli appalti pubblici e dalle imprese “rientranti nella sfera criminale della cosca cutrese”. Arrestato nel gennaio 2015 proprio nell’operazione Aemilia, il ruolo rivestito da Salvatore Muto viene ricoperto dal fratello Carmine (arrestato nell’operazione Stige), che, proprio per questo motivo, si è trasferito al nord Italia dalla Calabria.

Salvatore Muto, divenuto da pochi mesi collaboratore di giustizia, è stato lungamente ascoltato durante il processo Aemilia raccontando in particolar modo le dinamiche economiche e politiche interne alla cosca Grande Aracri. All’interno del processo Aemilia non compare solo il nome di Salvatore Muto, ma anche di suoi parenti, come i cugini Antonio e Luigi Muto, a cui viene contestato il 416bis.

[continua nel prossimo articolo]