Torna la rubrica #microfonoinmano, l’appuntamento mensile di Mafie sotto casa con ospiti che, da diverse prospettive, hanno qualcosa di nuovo ed interessante da dire sulle mafie.
L’intervista di oggi è ad Anna Sergi, professoressa ordinaria di sociologia del diritto e della devianza presso il dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Alma Mater Studiorum di Bologna. Il campo di ricerca è la criminologia critica e culturale.
Prima di arrivare a Bologna nell’ottobre 2025, era Full professor of Criminology presso l’Università di Essex, UK dal 2015. Ha scritto libri e articoli scientifici sulla ‘ndrangheta in Italia e nel mondo, tra cui Australia, Canada e in Europa e sui traffici di cocaina nelle città portuali.
Nel 2023 ha vinto l’Early Career Award della Società Europea di Criminologia (European Society of Criminology, ESC) per l’eccellenza scientifica entro i dieci anni dal dottorato di ricerca.
Partiamo dal tuo ultimo lavoro “How to recognise the mafia abroad”, che uscirà a novembre per la Bristol University Press. A noi di Mafie sotto casa piace moltissimo questo titolo, perché il nostro progetto nasce proprio dall’esigenza di riconoscere la mafia, prima “sotto casa”, appunto, e poi anche all’estero.
Una prima domanda allora: c’è un modo, da semplici cittadini, di riconoscere la presenza e le attività della mafia all’estero? Bisogna “attrezzarsi” in qualche modo per diventare capaci di vedere?
Questo è un libro che raccoglie tutte le mie esperienze di ricerca all’estero, tra Australia, Canada, Stati Uniti ed Europa, ed è un libro che vuole essere “operational”, utile a chi si occupa di questo tema per superare una serie di narrazioni falsate sul tema dei mafiosi all’estero.
Il mio è un approccio culturale al riconoscimento della mafia all’estero, e quindi il libro contiene una serie di test analitici che permettono di individuare le caratteristiche particolari di chi esporta o adatta il metodo mafioso all’estero.
Questi test valutano per esempio quanto queste persone sono culturalmente integrate nelle società che li ospitano (la cosiddetta transculturazione), qual è il grado di “campanilismo” che le mantiene legate a casa propria, qual è la loro attitudine politica (cioè il loro rapporto con le istituzioni dello stato), o ancora con la lingua, con le loro origini, con la tecnologia.
Questi test possono essere utilizzati anche nel corso delle indagini di polizia, e servono a ricordarci che i mafiosi sono persone, e non miti astratti. Riconoscere il loro essere persone non serve affatto a giustificarli o a perdonarli, ma per comprenderne le caratteristiche che ci accomunano.
L’analisi delle mafie all’estero in questo senso ha molto più a che fare con l’analisi delle migrazioni che con l’analisi delle mafie: se non si capiscono le dinamiche legate all’arrivo in un luogo, alla cultura di base da cui il mafioso proviene, non si arriva da nessuna parte.
È quindi un’analisi culturale del fenomeno mafioso d’origine e del fenomeno mafioso migrante.
Facciamo un passo indietro: vuoi raccontarci come e perché hai iniziato ad occuparti di mafie italiane all’estero? C’è stato un momento o un evento in particolare che ti ha fatto sentire l’urgenza di farlo?
C’è stato un evento in particolare: un giorno ho seguito mio padre, che dirigeva il Centro di ricerca studi sull’immigrazione e il Centro di ricerca sull’Italia fascista e antifascista [ndr oggi non esistono più sotto questa denominazione], negli archivi dell’Università della Calabria. Mio padre aveva appena ricevuto del materiale che doveva digitalizzare: si trattava di materiale sulla migrazione in Australia, pieno di nomi e cognomi che conoscevo fin da piccola, essendo cresciuta anche in Aspromonte.
Tra queste persone c’erano sicuramente persone mafiose. Io allora ero già all’università, stavo facendo un dottorato e si è accesa la mia curiosità sulla ndrangheta in Australia.
Allora, su questo tema era stato pubblicato un solo libro, scritto dallo storico Enzo Ciconte e da un magistrato, Vincenzo Macrì. Il libro però aveva una prospettiva italiana, e mi sono detta: possibile che nessuno sia andato a studiare questo fenomeno dall’Australia, con dati australiani? Siamo molto bravi a raccontare le mafie all’estero con dati solo nostri, scordandoci che la storia vista dall’altro lato è molto diversa. E così sono riuscita l’anno seguente a organizzare un viaggio di ricerca in Australia.
A partire da quel viaggio, la ndrangheta in Australia è stata uno dei tuoi principali temi di ricerca. Ci racconti tre aneddoti essenziali per capire come la ndrangheta si è evoluta in quel paese?
La ndrangheta australiana è una ndrangheta molto composita perché ha un secolo di storia.
Ed ecco qui il primo aneddoto: la ndrangheta australiana ha una data di compleanno, perché secondo la leggenda sarebbe arrivata nel dicembre 1922 sulla nave “Re d’Italia”, che era partita da Napoli e arrivo al porto di Perth, poi scese ad Adelaide e infine a Melbourne. In porti sbarcarono i tre “fondatori” della ndrangheta in Australia: Domenico Strano, Arcangelo Macrì e Antonio Barbara.
Si tratta di una leggenda in realtà, ma che ha assonanze con il mito fondativo della ndrangheta relativo ai tre cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso, e questo ci conferma il ruolo del simbolismo nella ndrangheta anche in Australia.
Il secondo fatto che ci descrive il fenomeno è quello dei Queen Victoria Market Murders: siamo negli anni Sessanta, in un periodo di faide nella comunità calabrese, che si scopriranno poi legate all’elezione del nuovo capo della ndrangheta di Melbourne. La polizia di Melbourne chiama in soccorso un esperto del FBI, John T. Cusack, e proprio Cusack scriverà il primo report mai pubblicato sulla ndrangheta australiana. La racconta come una mafia autonoma e diversa dal ramo di Cosa Nostra americano che lui aveva conosciuto negli Stati Uniti, con una propria gerarchia e propri meccanismi di funzionamento.
E qui arriviamo ad un elemento importante: l’Australia fin dagli anni Sessanta riconosce la ndrangheta e il pericolo che questa comporta, con grande anticipo rispetto alla stessa Italia. C’è addirittura uno scambio di corrispondenza nella quale le Autorità australiane, che avevano chiesto aiuto a quelle italiane, si sentirono rispondere che la mafia è siciliana.
Un ultimo, più recente, aneddoto: nel 2008 è avvenuta in Australia la più grande confisca di ecstasy mai fatta fino a quel momento. Si trattava di un carico di 4,4 tonnellate, rintracciato al porto di Melbourne dalla polizia federale. Proveniva dall’Italia ed era gestito da Pasquale Barbaro, un narcotrafficante figlio di tale Francesco “Little Trees” Barbaro, un importante esponente della ndrangheta australiana negli anni Settanta, appartenente alla famiglia dei Barbaro-Castano di Platì.
Pasquale Barbaro, che all’epoca aveva poco più di 50 anni, era nato e cresciuto in Australia, e parlava inglese con un forte accento australiano, oltre al dialetto calabrese. Da questa figura nasce il mio interesse per la transgenerazionalità della ndrangheta all’estero: come si sviluppa la ndrangheta in Paesi esteri quando i criminali provengono da famiglie italiane di ndrangheta, ma nascono, crescono e vivono in un altro Paese? Come evolve la loro cultura familiare di origine, messa a contatto con la cultura del Paese nel quale vivono per tutta la loro vita?
Viaggiando in diversi paesi, hai certamente avuto modo di renderti conto di quale sia la percezione delle mafie italiane all’estero. è ancora una lettura della serie “mafia, pizza e mandolino”, o inizia a diffondersi una percezione più seria e reale? Le mafie italiane sono davvero considerate una minaccia sistemica, o rimangono avvolte dal folklore?
In alcuni paesi dell’America latina in effetti la narrazione della mafia è legata agli stereotipi che hai citato. In tanti altri paesi, invece, la narrazione è molto più seria e reale. In Canada, Australia, Stati Uniti, Germania, Svizzera, Belgio e Olanda ho sempre incontrato persone consapevoli, professionisti che lavorano in squadre destinate in modo specifico all’analisi delle mafie italiane, che vengono trattate in modo “speciale”, perché percepite con una particolare pericolosità.
In alcune situazioni ho visto molto più serietà rispetto all’Italia, dove abbiamo una visione a volte più stereotipata della ndrangheta, una visione che dà per scontato certi “dogmi” e che non aggiorna la propria lettura del fenomeno. All’estero c’è più capacità di lettura critica, non c’è visione dogmatica, ma aderenza alla particolare manifestazione della ndrangheta in quel paese.
Gli italiani, invece, si aspettano che la mafia sia uguale in tutti i paesi e a volte si muovono in contesti di cooperazione internazionale solo quando trovano all’estero le stesse manifestazioni che le mafie italiane hanno in Italia.
Daresti un consiglio a noi di MafieSottoCasa per raccontare bene le mafie?
Evitate gli assolutismi: non esistono i “sempre” e non esistono i “mai”.
Problematizzate i singolari: “la” mafia, “la” ndrangheta, “la” camorra. È un modo che abbiamo per raccontare certi fenomeni, ma ricordiamoci sempre che si tratta di organizzazioni plurali dove ci sono persone, e non robot, che fanno scelte perché sono espressione di una certa cultura.
Se le mafie, come dite voi, sono “sotto casa”, è perché hanno uno spazio di azione, di cultura e di interazione sociale, esattamente come ce l’abbiamo noi.
E infine, siate critici: la magistratura agisce e scrive dovendo aderire alle regole del diritto, facendo quindi analisi giuridiche. Le scienze sociali e la sociologia a volte si scontrano con queste letture, perché possono e devono radicarsi nel contesto sociale molto più di quanto la magistratura possa fare.
Se l’intervista ti è piaciuta, non tenerla per te: condividila con le persone a cui pensi possa interessare!
E non perderti l’appuntamento del prossimo mese con #microfonoinmano, le interviste di Mafie sotto casa 🙂



