INTERVISTA A FRANCESCO MARIA CARUSO. DODICI ANNI NEI TRIBUNALI EMILIANI (parte 2)

Torna la rubrica #microfonoinmano, l’appuntamento mensile di Mafie sotto casa con ospiti che, da diverse prospettive, hanno qualcosa di nuovo ed interessante da dire sulle mafie.

Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista a Francesco Maria Caruso, magistrato oggi in pensione. Il dr. Caruso è stato presidente del Tribunale di Reggio Emilia dal 2010 al 2017, e da allora fino al 2022 ha svolto la stessa funzione a Bologna. Mentre era a Reggio Emilia, è stato presidente del collegio di magistrati che ha giudicato sul processo di primo grado Aemilia.

 

Da vari studi e relazioni, emerge sempre più il carattere transnazionale delle mafie che si articola attraverso la cosiddetta “pax mafiosa” tra organizzazioni diverse che, in nome di interessi comuni, stipulano alleanze a tratti anche inedite. Emerge, inoltre, un cambiamento di struttura interna delle mafie stesse: un lento e graduale abbandono a strutture fortemente gerarchiche e verticistiche, per fare spazio a strutture reticolari e orizzontali. Condivide queste analisi? Se sí, a quali finalità le collega?

Il modello reticolare e orizzontale cui lei accenna è stato esposto nel corso del processo Aemilia dal collaboratore di giustizia Antonio Valerio con riferimento alla locale ndranghetista Reggiana. Per il collaboratore quel modello era il segno manifesto della modernità dell’organizzazione reggiana. La mafia imprenditrice, la mafia degli affari, la mafia che movimenta grandi capitali, avvalendosi delle moderne tecnologie informatiche, ha assoluta necessità di prevenire scontri e violenze o di farne un uso calibrato e chirurgico.

Siamo ben lontani dal modello della mafia stragista. Quell’epoca è servita ad accumulare e a dimostrare al mondo la capacità intimidatrice e violenta delle organizzazioni mafiose (Cosa nostra e ndrangheta); dopodiché ha giocato sul terreno dell’economia legale, inserendovisi, apportandovi i capitali frutto dell’attività illegale, mettendo a frutto la fama di organizzazione violenta in transito verso l’economia legale, a disposizioni di chi volesse associarsi ad essa nel perseguire il profitto con il metodo mafioso.

Il modello orizzontale rispecchia una nuova attitudine dell’organizzazione ad instaurare rapporti interni fondati sull’accordo piuttosto che sull’investitura di un capo dotati di pieni poteri, a seguito di violente lotte di potere. Un modello più congeniale a un’organizzazione fatta da imprenditori criminali che, come tutti gli imprenditori debbono potere agire in autonomia e senza irretirsi in procedure burocratiche di autorizzazioni e consensi. Un’organizzazione federale in luogo di una burocratica e accentrata, dove peraltro residua un vertice di riferimento, custode (violento) delle regole fondamentali. Funzionale complessivamente alla gestione dei rapporti con le mafie del mondo.

La storia ci insegna che da grandi emergenze derivano grandi affari. In ER, ad esempio, lo abbiamo visto con il sisma. La stagione post-pandemia ha visto l’arrivo di enormi quantità di fondi PNRR e l’allarme in merito è molto alto: sia in relazione ai controlli sia in relazione agli interessi delle mafie. Anche ANAC si è più volte espresso manifestando la propria preoccupazione. Condivide tale posizione?

I processi guardano al passato. Ciò che realizzano le mafie oggi è frutto della storia criminale del passato, filtrata dalle azioni di contrasto, in relazione alla grande “cifra oscura” dei reati non accertati. La considerazione presente nella domanda è appunto frutto dell’esperienza del passato.

Si pensi a come la camorra ha approfittato del terremoto del 1980 in Campania e di come le mafie hanno contribuito a distruggere le prospettive di sviluppo del sud, appropriandosi delle risorse della cassa del Mezzogiorno e dei fondi per lo sviluppo che hanno portato alla cancellazione dei programmi. I nuovi fondi del PNRR riguardano tutte le regioni d’Italia; e le mafie con la diffusione al nord, mantenendo solide basi nei territori di origine si presenta pronta a sfruttare ogni opportunità in tutte le regioni del nord, preparandosi al contempo a saltare in groppa al “grande spreco” del Ponte sullo Stretto. Nessuna opera pubblica di quella portata può restare indenne dalla pesante ipoteca mafiosa. Il silenzio sulla lotta alla mafia nasce anche dalla necessità di occultare questo gigantesco problema nella propaganda pro-ponte. Le mire mafiose sui fondi europei rende necessario prestare massima attenzione all’azione degli Uffici nazionali della Procura europea, c.d. EPPO (European Public Prosecutor Office).

Più volte abbiamo denunciato la storica de-rubricazione del problema mafie da parte della classe politica di questo paese e, al contempo, la restringente lettura del fenomeno in chiave emergenziale e non con un lavoro strutturato sull’identificazione di tale fenomeno non solo come fenomeno criminale ma anche e soprattutto in chiave sociale. Cosa ne pensa?

Non c’è dubbio che nel sentire comune, cui contribuisce una opinione in certo modo mafio-connivente, il problema della mafia esiste solo quando ci sono “i morti per strada”. Senza morti, violenze esplicitamente imputabili, incendi e danneggiamenti la mafia non esiste o è stata stroncata o ridotta ai margini. Al contrario il metodo mafioso si è dimostrato vincente, a partire dal momento dell’inabissamento che ha prodotto affari, ricchezza e quindi corruzione, favori politici, istituzionali, alleanze politico-sociali più o meno nell’ombra.

La forte esigenza della politica di ridimensionare il problema e per conseguenza di rendere inefficace il controllo della giurisdizione, il solo fattore che per missione costituzionale ha il dovere di indagare, accertare, processare e quindi svelare e rendere pubblica l’azione violenta delle mafie si rispecchia nel processo di “separazione delle carriere” che ha lo scopo ultimo di rendere irrilevante il controllo autonomo della magistratura sui poteri criminali, trasferendolo interamente nelle mani della politica e quindi dell’esecutivo. Se la riforma dovesse passare, le mafie esisteranno solo se svelarne l’azione sarà interesse della politica.

Intere zone del paese vivono in condizioni di forte marginalità e sotto scacco delle organizzazioni criminali di stampo mafioso che controllano fette di territorio nazionale. Eppure, nonostante le numerose richieste di intervento relative a sanità, istruzione, lavoro, si parla ancora di costruzione di grandi opere pubbliche su territori che vivono problematiche economiche e sociali che richiederebbero ben altri interventi. Facciamo riferimento, in particolare modo, alla costruzione del Ponte sullo Stretto. Può darci una sua opinione in merito?

Ho già detto prima. Che la costruzione del Ponte sullo Stretto possa essere un regalo alle mafie è una considerazione ovvia che discende dalla storia recente. Negli anni Novanta l’intervento straordinario nel Mezzogiorno è stato tagliato, anche con l’argomento che aveva finito per alimentare le mafie e l’accumulazione mafiosa.

E in effetti basta pensare al famoso processo mafia-appalti che, secondo una tesi che non condivido, dovrebbe essere il movente della strage di via D’Amelio, ma non solo, per comprendere come in un sistema in cui le mafie non sono affatto debellate ma anzi, secondo alcuni osservatori, sono direttamente entrate in politica, un affare di quella portata mobiliterà, senza possibilità di adeguati controlli, le risorse anche militari della mafia. Se passi in avanti sono stati fatti nella lotta alle mafie, converrebbe riprendere quel programma di investimenti infrastrutturali diffusi nel mezzogiorno, fermi da oltre venti anni, per stimolare un’economia meridionale, offrire opportunità di lavoro che non siano basate solo sul turismo selvaggio o su una agricoltura fondata sul lavoro nero.

Domanda secca: a che punto è la lotta alla mafia?

La lotta alla mafia vive un momento di sospensione. Non si hanno notizie di nuove inchieste importanti. Ovviamente quando queste notizie dovessero esserci riguarderanno comunque fatti di tre o quattro anni prima perché le indagini sono lunghe e complesse e quando arrivano a conclusione la realtà è già andata avanti.
La lotta alla mafia va quindi combattuta su due piani: quello giudiziario delle indagini, dei processi e della repressione e quello dell’investigazione civile, del giornalismo d’inchiesta, della raccolta scrupolosa e minuziosa di dati, informazioni, segnali, elementi di cui gli stessi investigatori non dispongono (interviste, denunce che per paura non emergono, collegamenti che una società civile attenta e inserita nei contesti sensibili riesce ad operare prima o parallelamente a quelle delle forze di contrasto).
L’azione giudiziaria sarà tanto più energica ed efficace quanto più accompagnata dalla denuncia pubblica da parte dell’opinione pubblica consapevole.

La lotta alla mafia vive attualmente di allori precari; si discute della destinazione dei beni confiscati ma si dimentica di guardare alle azioni in corso per giungere a nuove confische. Ci si dimentica che lo strumento fondamentale del contrasto, le misure di prevenzione patrimoniali sono a forte rischio di riforme peggiorative; che le interdittive antimafia delle prefetture dipendono fortemente dagli impulsi governativi alle prefetture che possono progressivamente venire a mancare.
C’è bisogno di un rilancio in termini di studio dei processi e della storia del passato e di nuova attenta informazione sull’attualità. Chi ha interesse alla lotta alla mafia deve continuare a raccogliere dati, indizi, informazioni, a rielaborarle e sintetizzarle con gli strumenti che la ricerca oggi può offrire.

 

Se l’intervista ti è piaciuta, non tenerla per te: condividila con le persone a cui pensi possa interessare!

E non perderti l’appuntamento del prossimo mese con #microfonoinmano, le interviste di Mafie sotto casa 🙂

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