Torna la rubrica #microfonoinmano, l’appuntamento mensile di Mafie sotto casa con ospiti che, da diverse prospettive, hanno qualcosa di nuovo ed interessante da dire sulle mafie.
L’intervista di oggi è a Francesco Maria Caruso, magistrato oggi in pensione. Il dr. Caruso è stato presidente del Tribunale di Reggio Emilia dal 2010 al 2017, e da allora fino al 2022 ha svolto la stessa funzione a Bologna. Mentre era a Reggio Emilia, è stato presidente del collegio di magistrati che ha giudicato sul processo di primo grado Aemilia.
Questa è la prima parte della nostra intervista.
Tra il 2012 e il 2019 ci sono state tante inchieste e tanti processi sulla mafia in Emilia Romagna. Non tutte le sentenze hanno retto all’impianto accusatorio ma un dato è certo: la mafia in Emilia Romagna c’è e gode di buona salute. In quegli anni la soglia di attenzione sociale e mediatica età altissima, superata quella fase però si è tornati a parlare poco di mafia (e spesso non in maniera corretta). Pensa che quella “stagione” e quei processi, uno su tutti Aemilia, possano aver creato una sorta di “effetto placebo”? Ovvero: avevamo la mafia, l’abbiamo messa sotto processo, abbiamo risolto il problema. La sensazione che abbiamo noi, purtroppo, è questa. Lei cosa ne pensa?
Nel secondo decennio degli anni duemila si è accertato il profondo radicamento in Emilia Romagna di organizzazioni di stampo mafioso. Sono stati celebrati numerosi processi nei confronti di organizzatori, dirigenti, appartenenti ad associazioni di stampo mafioso di cui all’art. 416 bis cp. Con diverse denominazioni (Aemilia, Aemilia bis, Grimilde, Black Monkey, omicidi del 1992, Radici ecc.), le indagini per il reato di associazione mafiosa sono state avviate nei confronti di alcune centinaia di persone. Un numero eccezionale, straordinario che attesta la profondità e la diffusione delle mafie nel territorio emiliano, condizione ribadita in diverse occasioni ufficiali. In alcuni casi è stato contestato il concorso esterno nell’associazione, nei confronti di soggetti appartenenti all’area grigia della contiguità alla mafia, i c.d. “colletti bianchi” o, meglio detto, “sporchi”.
Un numero di indagati e di imputati sicuramente superiore a quello per lo stesso titolo di reato in altre regioni del nord. Oltre che per il reato associativo indagini, imputazioni, e processi hanno riguardato reati scopo dell’associazione, in molti casi reati aggravati dal fine di agevolare l’associazione mafiosa o dall’impiego del metodo dell’intimidazione mafiosa come mezzo per la consumazione dei reati stessi.
Tra i più significativi, oltre quelli tipicamente inerenti le associazioni mafiose (estorsione, usura, violenze private, incendi, danneggiamenti, minacce, lesioni, armi, stupefacenti), i reati tipici di una mafia che si impone nell’economia privata e pubblica: riciclaggio, ricettazione reimpiego di capitali illeciti intestazione fittizie di beni, bancarotta, tutta l’ampia gamma delle frodi e degli illeciti fiscali che hanno rappresentato uno straordinario mezzo di accumulazione e di sottrazione di capitali.
Le imputazioni hanno retto in quasi tutti i processi, certamente nei più importanti come Aemilia, Grimilde, Perseverance processi nei quali i condannati sono stati centinaia, a conferma ulteriore del radicamento delle mafie nel territorio dell’Emilia Romagna. La presenza di centinaia di famiglie mafiose o con collegamenti mafiosi, radicate in regione e collegate con i gruppi mafiosi consolidati nei territori d’origine, rendono la scoperta e i processi alle mafie tutt’altro che un “effetto placebo”.
Capisco il timore e il rischio che, come nei trent’anni precedenti, ci sia chi abbia interesse a sostenere ora che le “mafie sono state sconfitte” come prima si diceva “ le mafie in Emilia non ci sono”. Ma questa è una narrazione che fa oggettivamente il gioco delle mafie che anche in Emilia, dopo i processi, hanno scelto una inevitabile strategia di mimetizzazione per favorire meccanismi di oblio funzionale alla capillare penetrazione nell’economia. Le mafie in Emilia non devono più manifestare la loro presenza in modo eclatante. Tutti sanno che esistono e che dispongono di un enorme potenziale intimidatorio. Non devono esporlo, esibirlo perché la gente sappia che qui la mafia esiste e può intervenire in ogni momento. Per fare affari e accumulare denaro c’è bisogno di silenzio, di pace, di eliminare fatti di violenza clamorosi che riportino alla ribalta la consapevolezza dell’azione delle mafie. Si agisce in modo che la collettività pensi che i pericoli provengano tutti dalla microcriminalità, dal piccolo spaccio, dal degrado urbano, dagli immigrati irregolari. E’ anzi massimo interesse delle mafie far credere che i pericoli per i cittadini provengano da queste cause. Le attenzioni sono rivolte tutte a falsi obiettivi, un vero regalo per la mafia silente che continua a operare nell’ombra, in modi e forme nuove, sempre più complesse e tecnologicamente evolute, avendo in mente non solo i mercati locali ma orizzonti assai più ampi, pur rimanendo radicata nei territori di origine o di elezione.
Penso perciò che sia un gravissimo errore pensare che il problema mafia non esista più, quando invece è più attuale che mai.
Come Mafie Sotto Casa abbiamo sempre basato il nostro lavoro sull’attenzione, quasi maniacale, alla narrazione e al linguaggio utilizzato. Oggi, quando si parla di mafie in Emilia Romagna, si fa ancora riferimento al processo di “infiltrazione”. Noi riteniamo sia più corretto parlare di “radicamento”. È corretta, secondo lei, questa nostra posizione? Quali sono i segnali che denotano ciò?
E’ evidente che la correttezza dei termini sia fondamentale. In Emilia non c’è semplice infiltrazione ma presenza radicata e diffusa delle mafie in vaste aree territoriali.
Si può distinguere tra aree e province dove le mafie sono stabilmente radicate con strutture organizzative che esercitano il controllo sul territorio e zone in cui invece la presenza è liquida, senza l’apparenza strutturata di famiglie e/o locali ma con ristretti gruppi operativi, affiancati ad altri a macchia di leopardo. Alcune province della regione sono, al momento, aree in cui la presenza mafiosa è legata a singoli individui a famiglie appartenenti a gruppi diversi che non hanno “conquistato” il territorio ma convivono con altri nella realizzazione di specifici affari illeciti con l’ausilio del metodo mafioso.
Sta di fatto che negli ultimi trent’anni sono stati celebrati processi per reati associativi e delitti aggravati dal metodo mafioso in tutti i tribunali della regione. Ovviamente Reggio Emilia è diventata negli anni l’epicentro dell’organizzazione mafiosa ndranghetista, saldamente legata alla mafia del crotonese. Il territorio dove l’organizzazione è profondamente radicata è costituito dal quadrilatero Reggio-Emilia-Piacenza-Cremona-Mantova, aree territoriali controllate da ormai note famiglie ndranghetiste, provenienti dal nord-est della Calabria. In queste aree la mafia calabrese, intrecciata e coordinata con altri soggetti e gruppi, anche stranieri, ha radicato strutture organizzative che non risulta siano state dissolte, nonostante i processi e le centinaia di condanne. Un discorso a parte meriterebbero la Romagna, Bologna e Modena.
Sempre più spesso, quando si narra di processi e inchieste, si fa riferimento ai reati contestati e ai capi di imputazione. Sempre meno emergono fatti di sangue, sempre più i reati contestati fanno riferimento a dinamiche economiche e corruttive. Noi li chiamiamo “reati senza vittime”. È forse questo che rende sempre più difficile l’innalzamento di attenzione mediatica e di allarme sociale sul fenomeno?
Aemilia ha dimostrato che le organizzazioni mafiose emiliane, in particolare quella ‘ndranghetista cutrese, dopo essersi accreditate, esponendo il proprio volto violento e la capacità di intimidazione diffusa con azioni brutali, omicidi, lesioni, danneggiamenti, incendi, nel corso degli anni ottanta e per tutti gli anni novanta, dopo avere partecipato alle guerre di mafia, svoltesi in Calabria ma anche in parte in Aemilia nei primi anni duemila, hanno avviato negli anni dieci una azione di conquista di settori dell’economia che ha permesso all’organizzazione di esprimere al meglio la propria vocazione affaristica e imprenditoriale, sviluppata e consolidata nei trent’anni precedenti.
All’accumulazione di capitale economico si è affiancata la ricerca e la conquista di un grande “capitale sociale”, fatto di relazioni, collegamenti, alleanze con parti dell’economia reggiana, delle professioni, di elementi corrotti delle istituzioni, tentativi di infiltrazione e una presenza pubblica nell’ambito dell’informazione e della politica. La mafia reggiana ha tentato il grande balzo in avanti, cercando una posizione nel dibattito pubblico cittadino sul tema della discriminazione e della cultura di origine degli immigrati. La mafia ha interferito con il discorso pubblico sul rapporto tra ( sotto) cultura dell’immigrazione e valori tradizionali della collettività emiliana.
Dietro tutto questo ha operato una certa imprenditoria mafiosa, intrecciata alla criminalità economica locale, essendo il modello economico mafioso per certi aspetti vincente nel capitalismo contemporaneo. La mafia oggi non esprime soltanto una vicenda criminale tradizionale ma si propone come espressione di un modello politico ed economico fondato sulla legittimazione del diritto del più forte. In questo senso si tratta non solo di “reati senza vittime” ma di una logica che vuole trasformare il “reato” mafioso in uno stato di fatto imposto a una società disposta ad accettarlo.
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E non perderti l’appuntamento del prossimo mese con #microfonoinmano, le interviste di Mafie sotto casa 🙂



