Repubblica.it – 26 aprile 2016

Il gup Zavaglia ha ordinato che gran parte dei beni dei condannati già poste sotto sequestro passino sotto il controllo dello Stato, tra cui tutte le palazzine di Sorbolo

di MARIA CHIARA PERRI

Nella sentenza pronunciata venerdì scorso al termine dell’udienza preliminare a Bologna per l’inchiesta Aemilia, il gup Francesca Zavaglia ha ordinato la confisca di numerosi beni dei condannati per associazione mafiosa.

Tra questi ci sono anche varie società con sede a Parma e nel parmense: tutti i loro valori mobili e immobili sono ora sotto il controllo dello Stato, dopo essere state poste sotto sequestro preventivo nel corso del 2015.

E’ stata confiscata la T.r.s. Srl con sede a Sorbolo in via Torino, azienda di commercio all’ingrosso di legname riconducibile a Giuseppe Giglio, il pentito condannato a 12 anni e 6 mesi per associazione mafiosa, e al fratello Giulio.

Tra i beni della società sono stati trovati libretti intestati all’azienda e ai condannati Giuseppe Pallone e Silipo Antonio con somme di denaro per un totale di 34mila euro.

Finisce sotto confisca anche l’azienda edile Top Service srl di via Bologna 4 di Riillo Paolo (che ha patteggiato un anno sei mesi con pena sospesa), considerato un prestanome dei fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli, con tutti i beni aziendali comprese tre automobili.

Tutto l’impero edile dei Giglio, che contava società a Brescello, Reggio Emilia, Crotone e Mantova, è stato confiscato. Lo stesso è avvenuto per 11 immobili della Lago Blu Srl a Montecchio, Modena, Crotone, Gualtieri e Borsetto di La Spezia. Altre proprietà immbiiari riferibili a Giglio Giuseppe, 8 appartamenti e 4 terreni nel mantovano.

A Parma è stata confiscata la Core Technology Srl, con sede in via Augusta Ghidiglia, cont tutti gli elementi presenti nel patrimonio aziendale (crediti, conti correnti, beni strumentali, quote, ecc). Inoltre, la Medea Immobiliare srl con sede in via Rodolfo Tanzi e due terreni agricoli a Golese riconducibili alla società.

L’Immobiliare Prestigio Srl con sede a Parma in via Sartori 6, riconducibile a Diletto e ai suoi prestanome,
Tutte le palazzine del complesso immobiliare in via Torino, via Trieste e via Genova a Sorbolo, in cui sono confluiti i soldi del boss Nicolino Grande Aracri, sono ora di proprietà dello Stato: complessivamente oltre 50 tra piccoli appartamenti e pertinenze.

Sono tutti riferibili alle società K1 e Gea Immobiliare controllate da Giuseppe Giglio e Pallone Giuseppe, protagonisti della scalata alle imprese edili di Francesco Falbo.

Allo stesso modo sono state confiscate le palazzine dell’Aurora Building di Reggio Emilia, edificate in via Marmolada e via Montefiorino a Sorbolo è già destinate dal curatore giudiziario alla locazione per persone svantaggiate.

Nei confronti dell’imputato Antonio Marzano è stata confiscata la metà delle quote della società Dodonut srl in via Mansfield 5 che gestiva un bar chiamato “Il Bocconcino”.

Lo Stato diventa padrone anche dell’intero patrimonio del gruppo Save, colosso delle costruzioni controllato dal boss Nicola Grande Aracri e dal capoclan Alfonso Diletto.

Il dispositivo di sentenza – scrive Franco Zavatti, coordinatore regionale Legalità e sicurezza Cgil Emilia Romagna – fa anche riferimento alla norma dell’art. 603 bis del codice penale che definisce i reati di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, meglio conosciuto come delitto di “caporalato”.

“Si tratta, dunque, di una particolare attenzione, nella valutazione di quella prima sentenza, sul versante delle imprese coinvolte nelle attività della “autonoma” ‘ndrangheta in questa nostra regione.

Dei 58 imputati finora condannati, infatti, tra i più significativi si registrano ben 20 “imprenditori” con sede delle attività nelle tre province emiliane di Parma, Reggio e Modena.

Molto significative le loro condanne per i tanti anni di carcere, i rimborsi, i risarcimenti a favore delle parti offese e civili.

Impressiona, in particolare, la corposa parte che riguarda la consistenza degli “ordini di confisca”. Ben 30 sono le imprese/società oggetto di confisca: 21 di Reggio, 8 di Parma e 1 di Modena. Imprese dei settori “tipici” alla esposizione degli interessi ‘ndranghetisti: edilizia, ristorazione, autotrasporto, immobiliare, costruzione porti e aeroporti, legno e componentistica.

Ditte confiscate, compreso il relativo patrimonio aziendale, le quote societarie e conti correnti.
Nelle stesse tre province emiliane si ordina, inoltre, la confisca di 18 terreni, 85 unità immobiliari/appartamenti. Interi complessi residenziali per circa 20 milioni di euro.

Inoltre, la confisca di una decina di autocarri, rimorchi, mezzi di lavoro ed auto di lusso. Infine, la confisca di denaro contante, armi e munizioni, giubbotti antiproiettile, apparecchi speciali per rilevare microspie e microcamere, ecc.
Il punto centrale però, che da tempo il sindacato pone con forza al centro dell’attenzione istituzionale – oltre che legislativa, con la presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare a salvaguardia delle imprese sequestrate e confiscate, ora all’attenzione del Senato –, è proprio relativo al destino, all’utilizzo ed alla tutela dal degrado o fallimento dei patrimoni sequestrati/confiscati. In particolare, ovviamente, quando si tratta di imprese, terreni o abitazioni.

Delle 30 ditte emiliane – tutte Srl – confiscate con la sentenza dell’altro giorno, ad esempio, occorrerebbe con urgenza individuare una sede ben qualificata che dopo aver “scremato”  le imprese di fatto già in liquidazione e/o quelle vuote, di copertura, possa poi consentire di concentrare gli sforzi e i sostegni efficaci alle aziende che effettivamente gestiscono patrimoni reali, lavoro e mercato effettivo, lavoratori dipendenti che andranno tutelati e tenuti in regola. Lo stesso vale per l’ingente patrimonio oggetto di sequestro in sede di prevenzione e nel processo.
Al tempo stesso, la grande entità dei beni patrimoniali richiede una immediata destinazione, a fronte delle tante emergenze sociali ed economiche e dei tanti possibili “utilizzi temporanei”.

E’ perciò preoccupante leggere, anche dopo l’ultima sentenza, che quei beni del clan confiscati – in attesa dell’appello – sono e resteranno “blindati”!

In tal senso l’Emilia Romagna potrà compiere, con il Testo Unico su Legalità e Appalti in cantiere, esperienze innovative e condivise”.